Last Updated on 5 February 2026 by Cycloscope

La regione del Sarawak, nel Borneo malese, continua a essere devastata da una deforestazione di proporzioni enormi e da progetti di megadighe. Ne abbiamo parlato con Save the Rivers.
La parola “Borneo” evoca nell’immaginario collettivo lussureggianti foreste pluviali, animali strani e pericolosi e popolazioni dai costumi affascinanti, tutto vero fino a qualche tempo fa.
Del Borneo dei romanzi di Salgari resta infatti ormai ben poco; la deforestazione ha raggiunto anche le aree più remote. La giungla è stata spazzata via per far spazio a redditizie piantagioni di palme da olio, oppure sommersa per creare riserve per la produzione di energia idroelettrica, la cosiddetta “energia pulita”.
Mentre la tematica delle palme da olio è stata approfonditamente affrontata anche dai media occidentali, la questione dell’idroelettrico è ancora sconosciuta ai più, benché la minaccia che essa rappresenta non sia di molto inferiore.
Abbiamo deciso di incontrare Save Rivers, un‘ONG con sede a Miri, in Sarawak, una delle due regioni che costituiscono il Borneo malese. L’associazione si occupa da anni della difesa degli ecosistemi fluviali e dei popoli che vivono in simbiosi con essi. Non sono solo animali e piante, ma anche intere popolazioni, culture e tradizioni millenarie in pericolo.
Link alla parte 2: Sungai Asap, il reinsediamento della diga di Bakun – persone in via d’estinzione

Incontriamo Peter Kallang, uno dei leader di SAVE Rivers, nel suo ufficio di Miri:
Siamo con Peter di Save Rivers, un network di persone e associazioni, con cui parleremo dei progetti di costruzione di numerose dighe in Sarawak, Borneo, per la produzione di energia elettrica, e di come ciò ha causato e causerà enormi danni ambientali e la forzata estinzione di molti popoli nativi del Borneo.
Iniziamo a parlare della diga di Bakun, uno dei progetti completati. Ce ne vuoi parlare?
La diga di Bakun è la seconda diga completata. Prima di Bakun ne venne costruita un’altra, quella di Batang Ai, completata nel 1986. Questo progetto colpì un migliaio di persone che vennero cacciate dalle loro case e ricollocate.
A queste persone vennero fatte molte promesse, ma tuttora molte questioni restano irrisolte, in particolare quelle relative alla terra. Verso la fine degli anni ’80 il nostro primo ministro di allora, Mohamad Mahathir, affermò che i fiumi sono la ricchezza del Sarawak per la produzione di energia elettrica.
Questa energia sarebbe stata utile non solo per il Sarawak, ma si prevedeva di esportarla fino alla Malesia peninsulare e da lì a Singapore. Questa è la ragione per cui venne progettata la diga di Bakun.Â
Per esportare energia sarebbero necessari cavi sottomarini, ma a causa della tecnologia non ancora sviluppata e della grande distanza fra Borneo e la Malesia peninsulare, gli enormi costi non verrebbero recuperati.
Quindi l’energia rimane in Sarawak, dove però la domanda non è così elevata. La diga di Bakun ha una capacità produttiva di 2400 MW, mentre la massima richiesta di energia in Sarawak nel 2010 fu di 1900 MW.

Il nostro ministro per l’energia di allora, Peter Chin, affermò infatti che il Sarawak non avrebbe avuto bisogno di nuove centrali idroelettriche. Ma nel 1997 il governo decise di industrializzare il Sarawak entro il 2030, giustificando così il bisogno di una maggiore produzione energetica.
Nel 2008 venne lanciato SCORE,Sarawak Corridor for Renewable Energy. Lo scopo era rendere il Sarawak una sorta di riserva energetica non solo per la Malesia (Sarawak, Sabah e Malesia peninsulare), ma anche per l’esportazione verso Indonesia, Brunei, fino a Singapore, la Tailandia e così via, fino a tutto il sud-est asiatico.
Almeno questo era il loro sogno; per realizzarlo trovarono 52 siti adatti alla costruzione di dighe. Con la costruzione di 20 o 30 dighe avrebbero generato 28.000 mw, che è decisamente un’enorme quantità di energia.
“costruendo dighe qui ai tropici verrà prodotto più effetto serra rispetto ad una normale centrale a combustibile fossile”
Trenta volte più dell’attuale necessità del Borneo malese…
Sì, anche di più. Quindi, secondo questo progetto, 20.000 mw verrebbero dall’idroelettrico, 5.000 dal carbone, di cui è ricca la regione di Mukah, nel centro del Sarawak, e 3.000 da solare e da gas naturale.
Il nome “Sarawak Corridor for the Renewable Energy” sarai d’accordo con me è alquanto ingannevole. Il carbone non è certamente rinnovabile e, costruendo dighe qui ai tropici, si genererà un effetto serra maggiore rispetto a una normale centrale a combustibile fossile.
Spiegaci perché
Perché la costruzione delle dighe implica che la foresta venga sommersa dall’acqua e tutti questi alberi e vegetazione sott’acqua, marcendo, produrranno enormi quantità di gas serra.
Inoltre, il nostro clima risente del fenomeno detto siltation, in pratica è l’inquinamento delle acque dovuto alla deforestazione per fare spazio alle piantagioni di olio da palma; il terreno, i detriti e gli scarti di produzione, non avendo più una foresta a “bloccarli”, finiscono nei fiumi.
Nei tropici, secondo gli esperti, la durata di una diga è di circa 50 anni, dopodiché non è più economicamente redditizia.
Dopo soli 50 anni?​
Sì, proprio a causa della siltation, soprattutto qui in Sarawak. Se domani andrete a vedere la diga di Bakun, vedrete piantagioni di olio di palma tutt’attorno. Dove ancora c’è un po’ di foresta, stanno tagliando gli alberi per la legna e tutto ciò che resta finisce nei fiumi.

Capisco. Quindi, quante persone sono state colpite dal progetto Bakun Dam e quale è stato il loro destino? Come cambiò la loro vita e cosa gli venne dato in cambio?
Le persone colpite dalla costruzione della diga di Bakun sono gli abitanti di 15 villaggi. Circa 20.000 persone sono state forzate a lasciare le loro case e ricollocate in una nuova area, Sungai Asap (in questo link il racconto della nostra visita a Sungai Asap).
Quando il governo cercò di vendere l’idea della diga, disse di aver appreso la lezione dalla vicenda della precedente diga, Batang Ai, e promise elettricità gratuita, acqua gratuita, casa gratuita e scuole per i bambini. Tutti avrebbero vissuto felici danzando e cantando (ride).
Ma mentre alla gente di Batang Ai diedero 15 ettari di terreno coltivabile ad ogni famiglia allargata, alla gente di Bakun ne diedero solo 3, assolutamente non abbastanza per generare anche un piccolo profitto.
Anche le unità abitative non sono sufficienti per loro; le famiglie sono numerose e le case sono di una trentina di metri quadrati. Inoltre, furono utilizzati materiali scadenti; alcune abitazioni, in soli 15 anni, stanno cominciando a deteriorarsi.
E riguardo allo stile di vita?
Le persone ricollocate appartengono a diversi gruppi etnici nativi del Borneo.I Kenyah e i Kayan praticavano tradizionalmente la Shifting Cultivation, una tecnica di agricoltura adottata dalle popolazioni della foresta pluviale. Nella stagione secca tagliano una piccola porzione di foresta, bruciano il terreno per coltivare e piantano nella stagione delle piogge.
Dopo il raccolto, cambiano l’area da coltivare e lasciano la precedente per quindici o vent’anni. In questo modo il terreno e la foresta si rigenerano. Possiamo chiamarla agricoltura itinerante. Ma con soli 3 ettari di terreno, questo tipo di agricoltura non è praticabile.
Diverso, invece, il discorso per i Penan, che sono tradizionalmente nomadi e non hanno mai praticato l’agricoltura. Sono cacciatori e non hanno mai avuto a che fare con il denaro. Ora devono pagare elettricità , acqua…
Quindi la promessa delle utenze gratuite?
Niente è mai stato gratuito; addirittura, inizialmente, venne richiesto il pagamento per l’abitazione: 60.000 ringgit (13.000 euro).
Anche l’acqua viene fatta pagare, ma la gente si oppone perché la qualità è pessima, davvero pessima. Hai presente il tè con il latte, ecco, il colore è lo stesso.
Ho sentito che alcune delle persone non sono state ricollocate e hanno costruito case galleggianti nel lago della diga
Una parte delle persone ricollocate è tornata nei luoghi dove una volta viveva, in cerca di terreno, ma non è rimasto più nulla e così hanno costruito case galleggianti. Un’altra gran parte si è trasferita in città in cerca di lavoro. Se andrete a Sungay Asap, vedrete che metà delle abitazioni è vuota. Solo gli anziani sono lì.
Non c’é modo di sopravvivere in quel posto, hanno la strada e l’elettricità ma come usano dire gli abitanti “non si può mangiare la strada”, hanno bisogno di cibo.
Quale fu invece l’impatto sulla fauna e la flora, venne fatto uno studio su quanti e quali animali sarebbero stati uccisi?
No, venne tutto distrutto senza che nessuno facesse il minimo rumore, l’unica cosa che importa è costruire la diga e fare soldi. A nessuno interessa di piante e animali. E pensa che le specie che abitano un ettaro di terreno in Sarawak equivalgano a tutte quelle presenti nel Nord America. Molte non le conosciamo neppure.
Chi sono gli investitori? Da dove arrivano i soldi?
C’é qualche investitore straniero ma la maggior parte dei soldi provengono dal governo e vengono presi direttamente dai nostri fondi pensione…

Parliamo ora degli altri progetti, la diga di Murum e quella di Baram, quante persone sono state coinvolte, le loro voci vengono ascoltate questa volta?
La diga di Murum è stata completata e la gente ricollocata.
Quante persone? Hanno avuto qualcosa in cambio questa volta?
Circa 1300, per lo più di etnia penan (nomadi). In questo caso sono state costruite case leggermente migliori rispetto a Sungay Asap, ma non sono comunque le case in cui vivono tradizionalmente questi popoli.
Per cinque anni, la Sarawak Energy, il costruttore della diga (di proprietà del governo), ha promesso il pagamento di 850 ringgit al mese (190 euro), ma di questi 600 vengono detratti e convertiti in cibo che la gente riceve ogni mese, e solo 250 vengono pagati in contanti (per ogni famiglia). Parliamo di circa 50 euro al mese.
Controllando cosa viene dato alla gente (riso, noodle, cipolle), abbiamo verificato che il valore non è di 600 ringgit ma di appena 200. Quindi i Penan, che non sono coltivatori, aspettano ogni mese l’arrivo delle misere provviste, ma fra 5 anni, quando scadrà l’accordo e non riceveranno più nulla, sono curioso di vedere cosa accadrà . Questa gente non riuscirà a sopravvivere.
E riguardo al progetto della diga di Baram, quella non ancora completata?
Con Save Rivers siamo riusciti ad arrivare laggiù e a parlare con la gente, mostrandole video degli altri progetti finiti e di come vivono ora le persone ricollocate.
Abbiamo portato gente da Bakun a Baram per spiegare cosa gli è successo e cosa potrà ripetersi, e abbiamo portato gente da Baram ai villaggi dove hanno ricollocato le persone per mostrargli direttamente cosa significa essere ricollocati.
L’opportunità di vedere quale potrebbe essere il loro futuro ha suscitato una forte resistenza da parte della gente di Baram. Quando Sarawak Energy è andata a negoziare con loro, nessuno ha voluto collaborare.
L’area di Baram è molto vasta. Quanta gente è coinvolta?
Almeno 20.000 persone provenienti da 30 longhouses. Non vogliono costruire solo una diga a Baram, ma quattro; solo la prima coinvolgerà 20.000 persone. Se verranno costruiti 39.000 ettari di foresta, verranno inondati. Baram, sarà perché sono nato lì, è un posto bellissimo, uno dei più belli del Sarawak, ricco di fiumi e cascate. Sarebbe una perdita enorme.
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Qui il secondo capitolo del nostro reportage:
Sungai Asap – popoli in via d’estinzione
Le nostre precedenti avventure in Borneo
pt1: da Kota Kinabalu a Tenom, sulle Crocker mountain
pt2: Un treno nella giungla, da Tenom a Beaufort
pt3: attraversando il Brunei in bicicletta
pt4: attorno a Miri, Parchi Nazionali di Lambir Hills e Logan Bunut e la spiaggia di TusanÂ
pt5: le grotte del Parco Nazionale di Niah
pt6: da Belaga a Kuching in barca
pt7: Kuching e Parco Nazionale di Bako
pt8: Rafflesia al Gunung Gading National ParkÂ
pt9: Attraversamento via terra dal Sarawak al Kalimantan, il confine segreto di Aruk
pt10: Sambas, una Venezia in legno nel Borneo indonesiano
Reportages
Chap Go Meh a Singkawang:
trafiggersi per compiacere gli dèi
Devastazione idroelettrica in Borneo
Parte 1: Intervista con SaveRivers
Parte 2: visita a Sungai AsapÂ
Qui invece qualche consiglio per viaggiare on a budget in Borneo (in bicicletta e non)


