Kaishi, nel Caucaso Georgiano – Quello che il progetto Khudoni spazzerà via

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Last Updated on 3 February 2026 by Cycloscope

progetto khudoni georgia

Il progetto della megadiga Khudoni, in Georgia. Fauna, flora, persone, cimiteri, case. Tutto verrà spazzato via.

In bicicletta abbiamo attraversato il Caucaso georgiano per raggiungere Kaishi, il villaggio che dovrebbe essere inondato dal Khudoni, il progetto di megadiga.

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Per il nostro terzo reportage abbiamo finalmente ottenuto qualche contatto locale. Grazie all’ONG Georgiana Green Alternative e al suo portavoce, Dato Chipashvili, che ci ha aiutato a metterci in contatto, incontriamo il leader del movimento locale contro il progetto della diga nella sua stessa casa.

Nel villaggio che sarà perso per sempre, insieme a così tanta fauna selvatica e a un patrimonio culturale e storico unico, al fine di produrre un po’ di energia verde.

Il villaggio di Khaishi comprende oltre 200 delle proprie rinomate e inusuali costruzioni, utilizzate nella storia sia come abitazioni che come postazioni di difesa contro gli invasori che hanno afflitto la regione in epoca medievale.


La grande diga: Enguri


L’idea di energia idroelettrica, per la maggior parte delle persone, richiama quella di sostenibilità, ma è davvero così?

Tra i primi cinque paesi al mondo in termini di risorse idriche pro capite, la Georgia è uno dei paesi che hanno investito di più nell’idroelettrico, arrivando a soddisfare l’80% della sua domanda energetica unicamente da questa fonte.

Con i suoi 271,5 metri la diga di Enguri è la quarta più alta diga ad arco in calcestruzzo nel mondo, seconda solamente ai giganti cinesi.

Con una capacità nominale di 1.320 MW e una capacità annua media di 3,8 TW/h, fornisce dal 2007 circa il 46 % del consumo totale di energia elettrica in Georgia.

Indissolubilmente legata ad altre questioni irrisolte nel processo di pace, la proprietà del complesso è ancora oggetto di diatribe.


Storia della diga Enguri – la più grande diga in Georgia


Diga Enguri, la più grande d'Europa
Diga Enguri

Concepita nel 1961, sotto il governo di Nikita Krusciov, è stata completata nel 1987, giusto in tempo per assistere alla caduta dell’impero sovietico.

Dopo la fine del conflitto Abkhazia-Georgia del 1992/1993, le forze di entrambe le parti si trovarono l’una di fronte all’altra sui due lati del fiume Enguri, prendendo atto che questo potente generatore risultava inutile senza il lavoro congiunto di entrambe le parti.

Ma veniamo al tema principale di questo articolo: parliamo del futuro. Il governo georgiano sta attualmente promuovendo due grandi progetti nell’ambito dell’idroelettrico. 


Cosa riserva il futuro: il progetto Khudoni Hydro Power Plant


riserva Enguri georgia progetto idroelettrico
Riserva della diga Enguri

La centrale idroelettrica Khudoni è un altro progetto del sistema a cascata Enguri, il complesso che comprende l’Enguri HPP e le più piccole Vardnili I, II, III e IV (340 MW in totale).

Il progetto prevede la costruzione di una diga ad arco in cemento dell’altezza di circa 200 metri, situata circa 34 km a monte della diga Enguri. Nel piano, la Khudoni HPP avrà una capacità di 700 MW, con una produzione di 1,5 miliardi di kWh.

Sarà inoltre completata da una serie di altre centrali idroelettriche a monte, anch’esse sul fiume Enguri (Tobari, capacità installata 600 MW, potenza generata 2,2 miliardi di kWh, cascata di Hydros Nenskra – 300 MW).

Secondo i calcoli del governo, la costruzione della Khudoni HPP incrementerebbe del 20% la produzione elettrica del paese, per un costo di 1,2 miliardi di dollari ed una durata dei lavori di 5-6 anni.

Sembra un progetto impressionante che potrebbe produrre letteralmente tonnellate di energia pulita, ma è davvero pulita? Qual è il prezzo e chi lo pagherà ?


Le disastrose conseguenze del progetto Khudoni Il


ll progetto Khudoni non è un’idea nuova. Fu bloccato dalle ONG nei primi anni 1990, tra questi un ruolo importante è stato giocato da Green Alternative.

Conseguenze ecologiche ed impatto sulla fauna locale

Secondo questa seria e competente associazione il progetto Khudoni:

È stato dimostrato essere un’opera ad alto rischio di disastro ecologico, intensificando la devastazione delle foreste e degli habitat della fauna selvaticala perdita di popolazioni di specie fluviali e il degrado dei bacini imbriferi a monte, a causa dell’inondazione della zona serbatoio in una delle regioni montuose più straordinarie della Georgia.

La parte superiore del bacino del fiume Enguri combina foreste subalpine e praterie, ambienti rocciosi e tundra alpina. La zona è ben nota per la sua fauna endemica.

Questa include diverse specie forestali di uccelli, una comunità di grandi rapaci (aquila reale, grifone e gipeto) e uccelli endemici tra cui il fagiano del Caucaso, il tetraogallo del Caucaso e il luì piccolo caucasico. Stambecchi, camosci, orsi bruni, lupi, linci, caprioli e cinghiali sono abbastanza comuni“.

L’impatto cumulativo delle centrali Khudoni, Enguri e Tobari avrà effetti negativi sulla qualità delle acque, sulle esondazioni naturali e sulla composizione della fauna fluviale“.


Ricollocazione delle persone e proprietà della terra


La regione della Svanezia è entrata a far parte del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO nel 1996.

ll processo di reinsediamento è legato ad un altro problema, la controversia sulla proprietà della terra.  

Secondo la burocrazia georgiana la maggior parte di queste terre non appartengono ufficialmente a nessuno, il governo ne ha quindi disposto il trasferimento agli investitori per la cifra simbolica di 1 USD.

Secondo la rivista Tabula.ge, il numero di villaggi da inondare sarebbe 14, patrie di 769 persone, 524 ettari di terreno, mentre in uno studio preliminare della Banca Mondiale le persone da “ricollocare” sarebbero più di 1600.

Si tratta di oltre 1500 ettari di terreno, tra cui terreni agricoli, boschi, strade, infrastrutture, eccetera. Secondo Tabula:

Dopo aver raggiunto un accordo con il governo della Georgia, Trans Electrica ha deciso di restituire queste terre alla popolazione e aiuterà la gente del posto a registrarle, a spese della società stessa, e solo allora inizierà l’acquisizione dei terreni. A tal fine, la società ha assunto una società canadese, RePlan“.

Ad oggi, a questi proclami, non sono seguiti fatti concreti.


Cosa verrà dato in cambio alla gente?


Secondo Green Alternative:

La diga Khudoni aumenterà la tariffa elettrica a causa dell’enorme investimento nel settore energetico, mentre le persone che vivono vicino alla Enguri HPP ancora sperimentano problemi con l’accesso all’energia.

Secondo un documento della Banca Mondiale trapelato, i costi di base del progetto sarebbero di almeno 780 milioni di dollari, mentre la tariffa di produzione sarebbe di 5,85 centesimi di dollaro per ogni kw (contro i 0,7 centesimi dell’energia proveniente dall’Enguri HPP), il ritorno economico solo il 5 %.

Le alte tariffe elettriche sono già insostenibili per la maggioranza della popolazione georgiana, oltre il 50 % della popolazione vive sotto la soglia di povertà, mentre la povertà estrema colpisce il 17,4 % della popolazione (secondo i dati della Banca Mondiale).

La costruzione di Khudoni aumenterebbe significativamente la tariffa elettrica a danno delle condizioni di vita della maggioranza delle persone.

Protesta a Kaishi
Protesta contro il progetto Khudoni HPP a Caishi

Le argomentazioni portate dai sostenitori del progetto sono ben espresse da Tabula.ge:

Trans Electrica, la società che ha in programma di costruire la Khudoni HPP dal 2011, investirà nel progetto una cifra pari a 1,2 miliardi di dollari. Dal 2011 l’azienda paga tasse sulla proprietà, da cui il bilancio di Svaneti ha ricevuto 600.000 dollari l’anno per il terzo anno consecutivo. Le imposte dovute dalla società incrementeranno significativamente con la messa in operativitò della centrale idroelettrica.Durante il funzionamento della Khudoni HPP, la società pagherà 20 milioni GEL (più di 8 milioni di €) sotto forma di tassa annuale sul profitto; la centrale darà lavoro a 350, che riceveranno un salario medio di 1,700-1,800 GEL. Per l’utilizzo della linea di trasmissione di potenza per portare l’energia elettrica verso la Turchia, la società pagherà 19 milioni di GEL. Il deficit commerciale andrà giù dell’8 per cento all’anno, mentre il prodotto interno lordo del paese aumenterà del 1,1 %.”


Secondo Green Alternative, queste cifre non sono realistiche.

Ma la centrale idroelettrica di Khudoni non è l’unico grande progetto che il governo georgiano sta portando avanti in questo ambito.

La costruzione di un altro grande impianto idroelettrico è in corso nella gola di Dariali, sul fiume Tergi (conosciuto anche come Terek). Di quest’altro progetto ad alto impatto ambientale parleremo in un prossimo articolo.


Il nostro viaggio a Khaishi, il cancello della Svanezia



Seguiamo la strada per Mestia, molto tranquilla. Inizia un po’ di salita, per ora tranquilla.

Arriviamo a pochi chilometri dalla diga Enguri e ci fermiamo a dormire lungo il fiume, circondati dalle mucche che qui vagano sempre libere, ovunque. Un posto veramente bello e pacifico.

L’Enguri mormora rassicurante. Le mucche non sono in vista, ma le loro feci costellano l’erba come grossi, grigi pois. Secche, non puzzano, stanno lì, a ricordarmi a chi appartiene questo luogo.

La diga è appena dietro il monte, vicinissima. Non la vedo, ma la percepisco nitidamente. Il peso immane di milioni di metri cubi d’acqua come una liquida, gigantesca spada di Damocle.

Percorro i cento metri che mi separano dal fiume ancora stordito dal sogno, provo a bagnarmi nell’Enguri, ma l’acqua è troppo gelida per immergermi. Mi sciacquo a pezzi.

Alzo la testa e vedo una “Lushnukor”, una tipica torre di difesa, svanire. È sul monte sopra di me, esattamente sopra la tenda, a cinquanta metri. Non l’avevamo vista ieri. Quindi siamo ufficialmente in Svanezia, non c’è dubbio. Smontiamo il campo, inforchiamo le bici e riprendiamo la strada. Le mucche sono lì, impassibili.

Ci arrampichiamo verso Potchko Etseri, il villaggio sotto la diga. Evidentemente costruito in epoca sovietica per i lavoratori della centrale. La più grande diga d’Europa.

E finalmente la vedo, massiva, imponente, folle come un tempio, come l’ambizione umana. Ci arrampichiamo ancora, su per una pietraia che porta sulla cima, sperando di poterla percorrere. Non c’è verso.

C’è un cancello; la guardia è gentile e prova ad intercedere per noi con il boss su nella torre di controllo, ma il boss è inflessibile; non gli importa se dovremo fare dieci chilometri in salita in più per la sua inflessibilità.

Non ci resta che tornare giù per la pietraia, e ancora giù fino al fiume, salutare le mucche ed affrontare la salita, quella vera, il Grande Caucaso. Dopo poche centinaia di metri Elena sta già spingendo a braccia; io vado, trafelato. Respiro, cambio stato di coscienza e vado.

Il sudore è un velo spesso che mi annebbia la vista. Vado. L’acqua finisce troppo in fretta.
Quindici chilometri senza riposo, quindici mila metri di fatica, quindici milioni di centimetri di soave sofferenza. Li ricordo tutti, uno per uno.

Vedo una fontana, un bar; esco dalla trance. Bevo, finalmente, credo più di un litro in un sorso. Metto la testa sotto l’acqua, credo per più di un minuto.

La gente me mira, la gente del bar. Il bar. Non è un miraggio. Comunichiamo, solite domande, solite risposte. Dopo poco arriva Elena, a piedi non è andata che poco più lenta di me. Beviamo un caffè e fumiamo una bella sigaretta, Sportsmeni.


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Una delle tante cascate sul fiume Enguri

Un uomo parla un po’ di inglese e ci guida nel retro del bar. Per la prima volta vediamo il bacino dell’Enguri: è verde, smeraldino, magnifico. L’uomo ci spiega che non è possibile nuotarvi, sostiene che vi siano pesci di 2.000 chili, forse dinosauri.

Riprendiamo la strada e, dopo pochi metri, inizia una breve discesa.Le discese sono sempre brevi. Alla nostra destra una cascata, almeno 30 metri.

Ordinaria amministrazione qui. E poi, finalmente, il bacino artificiale dell’Enguri, in tutta la sua maestosità. Lo costeggiamo per 20 chilometri; spesso sentiamo il bisogno di fermarci per ammirarlo.

Scende la sera, mancano ancora 15 chilometri a Khaishi, per la prima volta scorgiamo un pianoro ideale per campeggiarvi, al riparo dalle frane, che lungo tutta la strada incombono sul nostro collo come ghigliottine,  con grossi massi sfidanti la forza di gravità, una sfida che spesso perdono, dormiamo vicino ad un Cristo. Anche qui la cacca di mucca è ovunque.


A Kaishi


Oggi ci svegliamo con calma: abbiamo solo una decina di chilometri per arrivare a Khaishi, una strada meravigliosa, a parte il costante rischio di frane. Il villaggio è tutto sviluppato sul lato destro del fiume, lungo e sopra la strada principale, unica strada.

Ci sono una dozzina di baracche, negozi che vendono birre, caramelle e gelati. Solo tre di loro sono aperti e nessuno vende cibo adeguato, né frutta né verdura, nient’altro che poche lattine di carne.

Il fiume è rumoroso, corre veloce e non sembra voler diventare un placido lago. Dopo qualche momento i figli di Zura vengono a prenderci. Uno parla inglese, ha 13 anni, gli piace Messi. Ci portano su una strada sterrata fino a casa loro. Il primo piano è in pietra, mentre il secondo, come tutte le case qui, è in legno e ha una grande terrazza.

Nella casa c’è suo padre Zura, un uomo minuto con gli occhi azzurri. Lui non parla inglese. Zura è il nostro contatto presso Kaishi; è il capo del movimento contro il progetto Khudoni, la megadiga che dovrebbe inondare il suo villaggio. Mentre aspettiamo che la moglie di Zura torni dai suoi acquisti a Zugdidi, andiamo a visitare la scuola locale con i bambini.


Il futuro villaggio sommerso di Kaishi


la scuola di Kaishi
la scuola di Kaishi

La scuola è davvero appiccicata alla casa; saranno una cinquantina di metri. È un edificio rettangolare, abbastanza vecchiotto di inizio anni ‘60  che da allora non ha subito molti restauri; sembra che solo le finestre siano nuove.

Il passatempo dei ragazzini è girare in bicicletta intorno alla scuola; ovviamente non c’è asfalto, ma almeno è piatto! Vogliono provare le nostre biciclette; gliele facciamo provare facendo mille scongiuri.

Nel frattempo entriamo nella scuola a fare un giretto. Appena entrati, incontriamo un cane bianco e nero che se la dorme e ha trovato un buon riparo dal sole. All’interno la scuola è un po’ peggio rispetto all’esterno, ma niente di peggio rispetto alle scuole cadenti italiane… Sì, lo stile è vecchiotto, i banchi sono ancora quelli degli anni sessanta, ma non vedo perché buttarli se fanno ancora il loro lavoro.

Lasciamo la scuola, Messi, i suoi amici e le nostre bici, e procediamo con la nostra esplorazione del villaggio. Vicino alla scuola ci sono la chiesa e il cimitero. I cimiteri in Georgia, o almeno nei villaggi, sono diversi dai nostri “condomini in cemento”.

Ci sono recinti che racchiudono ogni tomba e all’interno c’è un piccolo giardino e spesso un tavolino con sedie. Non ci sono ghirlande, ma ciò che serve al defunto: un bicchiere di chacha, una bottiglia di birra.

Qualcuno ha le cose a cui è affezionato, come la moto o gli strumenti del suo lavoro. C’è anche una bella chiesetta in pietra e un’enorme campana dall’aspetto antico.


Zura, il popolo svan che resiste


La cosa impressionante è che il progetto della nuova diga comporta l’inondazione dell’intero villaggio, incluso la chiesa e il cimitero. Quindi le persone dovrebbero non solo abbandonare le loro case, ma anche i loro parenti defunti.

La moglie di Zura è tornata verso le 20:00, con solo quattro ore di ritardo. Dice che c’erano dei matti sul minibus. Non è difficile da credere.

Abbiamo scoperto che è una professoressa di inglese. A dire il vero, lei non parla molto bene (probabilmente il figlio parla meglio), ma ci capiamo. Anche Zura è un insegnante di matematica.

Ceniamo, accompagnati dal loro vino fatto in casa, un vino rosso, quasi nero, molto buono. Parliamo del progetto della diga: ci dicono che non ci sono piani per ricollocare le persone in altri villaggi o città, ma che a loro è stato promesso un po’ di denaro per il risarcimento, di cui nessuno sa quanto.

Ia (è il suo nome) ci dice che Zura è il più grande avversario del progetto perché, se portato a termine, “non ci sarebbe più la Svanezia” e non ha intenzione di andare a vivere in una città; vuole stare qui, tra le montagne dei suoi antenati.

Lei, invece, è di Zugdidi; dice che a Khaishi non c’è niente da fare e che preferirebbe avere i soldi. Non sappiamo se suo marito sappia che questa è la sua opinione.


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Georgia_Enguri

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