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In bicicletta il Caucaso georgiano per raggiungere Kaishi, il villaggio che dovrebbe essere inondato dal Khudoni mega-dam project. Per il nostro terzo reportage abbiamo finalmente ottenuto qualche contatto locale. Grazie alla ONG Georgiana Green Alternative e il suo portavoce, Dato Chipashvili, che ci ha aiutato a prendere contatto, incontreremo il leader del movimento locale contro il progetto della diga nella sua stessa casa.

Nel villaggio che sarà perso per sempre, insieme con così tanta fauna selvatica e patrimonio culturale e storico unico, al fine di produrre un po’ di energia verde.

Per saperne di più sull’argomento consultate il nostro articolo sulle dighe georgiane e il prezzo dell’energia idroelettrica.

 
il nostro viaggio

21 Giugno, 2014 : Zugdidi – Diga Enguri

Cicloturismo in Svanezia

Questa città è un delirio! Ci sono solo 50.000 abitanti ma sembrano essere tutti contemporaneamente in macchina sulla stessa strada, non ci sono semafori, cartelli, strisce pedonali, niente.

Tutti suonano il clacson creando una polifonia schizofrenica ma che loro sembrano capire perchè ci sono pochi incidenti (dicono…). Andiamo alla ricerca di un biciclettaio perchè Daniele deve cambiare la catena della bicicletta. Un sacco di persone ci circonda e ci fanno un sacco di domande ma ne capiamo poche.Però riusciamo a capire che la strada per Mestia è asfaltata e che i lavori in corso sono finiti, bella notizia!

Seguiamo la strada per Mestia, molto tranquilla, inizia un po’ di salita, per ora tranquilla.
Arriviamo a pochi chilometri dalla diga Enguri e ci fermiamo a dormire lungo il fiume circondati dalle mucche che qui vagano sempre libere ovunque. Un posto veramente bello e pacifico, acqua troppo fredda per un bagnetto…

Giugno 2014: Diga Enguri – Leburtskhila

I cancelli della Svanezia

L’ultimo sogno della mattina è un amico di adolescenza aggredito e dilaniato dalle mucche. Mi sveglio, sudato, nella tenda. Il caldo è già insopportabile. L’Enguri mormora rassicurante. Le mucche non sono in vista ma le loro feci costellano l’erba come grossi, grigi pois. Secche, non puzzano, stanno lì, a ricordarmi a chi appartiene questo luogo.

La diga è appena dietro il monte, vicinissima. Non la vedo ma la percepisco nitidamente. Il peso immane di milioni di metri cubi d’acqua come una liquida, gigantesca spada di Damocle.

Percorro i cento metri che mi separano dal fiume ancora stordito dal sogno, provo a bagnarmi nell’Enguri ma l’acqua è troppo gelino per immergervisi. Mi sciacquo a pezzi. Alzo la testa e vedo una “Lushnukor”, una tipica torre di difesa Svan. E’ sul monte sopra di me esattamente sopra la tenda, cinquanta metri. Non l’avevamo vista ieri. Quindi siamo ufficialmente in Svanezia, non c’è dubbio. Smontiamo il campo, inforchiamo le bici e riprendiamo la strada, le mucche sono lì, impassibili.

Ci arrampichiamo verso Potchko Etseri, il villaggio sotto la diga. Evidentemente costruito in epoca sovietica per il lavoratori della centrale. La più grande diga in Europa.

E finalmente la vedo, massiva, imponente, folle come un tempio, come l’ambizione umana. Ci arrampichiamo ancora, su per una pietraia che porta sulla cima, sperando di poterla percorrere. Non c’è verso. C’è un cancello, la guardia è gentile e prova ad intercedere per noi con il boss su nella torre di controllo, ma il boss è inflessibile, non gli importa se dovremo fare dieci chilometri in salita in più per la sua inflessibilità.

Non ci resta che tornare giù per la pietraia, e ancora giù fino al fiume, salutare le mucche ed affrontare la salita, quella vera, il Grande Caucaso. Dopo poche centinaia di metri  Elena sta già spingendo a braccia, io vado, trafelato. Respiro, cambio stato di coscenza, e vado. Il sudore è un velo spesso che mi annebbia la vista, vado. L’acqua finisce troppo in fretta.
Quindici chilometri senza riposo, quindici mila metri di fatica, quindici milioni di centimetri di soave sofferenza. Li ricordo tutti, uno per uno.

Vedo una fontana, un bar, esco dalla trance. Bevo, finalmente, credo più di un litro in un sorso. metto la testa sotto l’acqua, credo per più di un minuto. La gente mi guarda, la gente del bar. Il bar. Non è un miraggio. Comunichiamo, solite domante, solite risposte. Dopo poco arriva Elena, a piedi non è andata che poco più lenta di me. Beviamo un caffè e fumo una bella sigaretta, Sportsmeni.

cicloturismo Mestia Svanezia

Una delle tante cascate sul fiume Enguri

Un uomo parla un po’ di inglese e ci guida nel retro del bar. Per la prima volta vediamo il bacino dell’Enguri, è verde, smeraldo, magnifico. L’uomo ci spiega che non è possibile nuotarvi, sostiene che vi siano pesci di 2.000 chili, forse dinosauri.

Riprendiamo la strada, e dopo pochi metri comincia una breve discesa. Le discese sono sempre brevi. Alla nostra destra una cascata, almeno 30 metri. Ordinaria amministrazione qui. E poi finalmente il bacino artificiale dell’Enguri, in tutta la sua maestosità. Lo costeggiamo per 20 chilometri, spesso sentiamo il bisogno di fermarci per ammirarlo.

Scende la sera, mancano ancora 15 chilometri a Khaishi, per la prima volta scorgiamo un pianoro ideale per campeggiarvi, al riparo dalle frane, che lungo tutta la strada incombono sul nostro collo come ghigliottine,  con grossi massi sfidanti la forza di gravità, una sfida che spesso perdono, dormiamo vicino ad un Cristo. Anche qui la cacca di mucca è ovunque.

 

23 Giugno, 2014: Leburtskhila – Kaishi

a Kaishi

Oggi ci svegliamo con calma, abbiamo solo una decina chilometri per arrivare a Khaishi, una strada meravigliosa, a parte il costante pericolo di frane. Il villaggio è tutto sviluppato sul lato destro del fiume, per il lungo e sopra la strada principale, che è l’unica strada.

Ci sono una dozzina di baracche, negozi che vendono birre, caramelle e gelati. Solo tre di loro sono aperti e nessuno vende cibo adeguato, né frutta né verdura, nient’altro che poche lattine di carne.

Il fiume è rumoroso, corre veloce e non sembra voler diventare un placido lago. Dopo qualche momento i figli di Zura vengono a prenderci, uno parla inglese, ha 13 anni, gli piace Messi. Ci portano su una strada sterrata fino a casa loro. Il primo piano è in pietra mentre il secondo, come tutte le case qui, è in legno con una grande terrazza.

Nella casa c’è suo padre Zura, un uomo minuto con gli occhi azzurri. Lui non parla inglese. Zura è il nostro contatto a Kaishi, è il capo del movimento contro il progetto Khudoni, il progetto della mega diga che dovrebbe inondare il suo villaggio. Mentre aspettiamo che la moglie di Zura torni dai suoi acquisti a Zugdidi, andiamo a visitare la scuola locale con i bambini.

 

the school of Kaishi

The school of Kaishi

a scuola è davvero appiccicata alla casa, saranno una cinquantina di metri. E’ un edificio rettangolare, abbastanza vecchiotto di inizio anni ‘60  che da allora non ha subito molti restauri, sembra che solo le finistre siano nuove. Il passatempo dei ragazzini è girare in bicicletta intorno alla scuola, ovviamente non c’è l’asfalto ma almeno è piatto! vogliono provare le nostre biciclette, gliele facciamo provare facendo mille scongiuri.

Nel frattempo entriamo nella scuola a fare un giretto, appena entrati incontriamo un cane bianco e nero che se la dorme e ha trovato un buon riparo dal sole, all’interno la scuola è un po’ peggio rispetto all’esterno, ma niente di peggio rispetto alle scuole cadenti italiane… Si, lo stile è vecchiotto, i banchi sono ancora quelli degli anni sessanta ma non vedo perchè buttarli se fanno ancora il loro lavoro. .

Lasciamo la scuola, Messi, i suoi amici, e le nostre bici, e procediamo nella nostra esplorazione del villaggio. Vicino alla scuola c’è la chiesa e il cimitero. I cimiteri in Georgia, o almeno nei villaggi, sono diversi dai nostri “condomini in cemento”.

Ci sono recinti che racchiudono ogni tomba e all’interno c’è un piccolo giardino e spesso un tavolino con sedie. Non ci sono ghirlande ma ciò che serve al defunto, un bicchiere di chacha, una bottiglia di birra. Qualcuno ha le cose a cui era affezionato, come la moto o gli strumenti del suo lavoro. C’è anche una bella chiesetta in pietra e un’enorme campana dall’aspetto antico.

Diga di Enguri e riserva photo map

 

La cosa impressionante è che il progetto della nuova diga comporta l’inondazione dell’intero villaggio, tra cui la chiesa e il cimitero. Quindi le persone dovrebbero non solo abbandonare le loro case, ma anche i loro parenti morti.

La moglie di Zura è tornata verso le 20:00, con solo quattro ore di ritardo, dice che c’erano dei matti sul minibus. Non è difficile da credere. Abbiamo scoperto che è una professoressa di inglese, a dire il vero, lei non parla molto bene (probabilmente il figlio parla meglio), ma ci capiamo. Anche Zura é un insegnante, di matematica.

Ceniamo, accompagnati dal loro vino fatto in casa, un vino rosso, quasi nero, molto buono. Parliamo del progetto della diga, ci dicono che non ci sono piani per ricollocare persone in altri villaggi o città, ma che a loro è stato promesso un po’ di denaro per il risarcimento, quanto nessuno lo sa.

Ia (è il suo nome) ci dice che Zura è il più grande avversario del progetto perché, se portato a termine, “non ci sarebbe più la Svanezia”, e non ha intenzione di andare a vivere in una città, vuole stare qui tra le montagne dei suoi antenati. Lei, invece, è di Zugdidi, dice che non c’è niente da fare a Khaishi e lei preferirebbe avere i soldi. Non sappiamo se suo marito sa che questa è la sua opinione.


24 Giugno, 2014: a Kaishi

Ci svegliamo, la moglie di Zura ha preparato qualcosa da mangiare e sta già cucinando di nuovo. Non so perché, ma oggi non sembra essere dello stesso umore di ieri. Tuttavia, quando finisce di cucinare, scompare. E se ci vede, non ci dice niente. Guardiamo la partita di calcio con i bambini e poi con Zura guardiamo dei video su youtube: interviste con le persone di qui, le sue partecipazioni ai dibattiti televisivi sul progetto, e capiamo l’esatto ponto in cui l’acqua dovrebbe arrivare, sommergerà tutto fino al centro della montagna.

È un peccato non essere in grado di comunicare con Zura. Non ci sembra davvero che sua moglie sia disposta ad aiutarci a parlare con gli abitanti del villaggio. Quindi decidiamo di partire domani e andare a Mestia, abbiamo visto abbastanza qui. La prossima settimana intervisteremo Dato di Green Alternative a Tbilisi.

da Zugdidi a Kaishi: pedalando il Caucaso Georgiano

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bicycle touring svaneti georgia

Georgia_Enguri

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