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Un grande festival di musica e danza tradizionale georgiana

Oggi inizia l’Artgene, questa roba qui. Si tratta di un festival di musica e danza tradizionale georgiana, dura 7 giorni ed ogni giorno viene rappresentata una regione della Georgia. Il festival si svolge all’ Etnographic Museum, un museo all’aperto, in un grande parco vicino al Turtle lake.
 
Arriviamo puntualissimi per l’inizio del festival, l’ingresso costa 10 lari a testa (circa 4 euro), le esibizioni si tengono in un anfiteatro all’aperto. Oggi il tempo non è dei migliori, ci sono un po’ nuvole. Alle 19 il festival ha inizio e sul palco si esibiscono senza soluzione di continuità bambini, anziani, adulti, donne e uomini; musicisti, danzatori, cantanti.
 
La giornata di oggi è dedicata alla regione Samegrelo, la regione di Zugdidi. Dopo un paio d’ore inizia un diluvio e siamo costretti a fuggire, non ci sono molti ripari! Ci prendiamo una bottiglia di Saperavi (abbastanza mediocre) nell’attesa che le esibizioni riprendano.
 
In realtà l’acquazzone dura poco ma niente fa presagire che il festival possa continuare. Il palco è stato smontato ma ad un certo punto vediamo delle persone al lavoro su un altro palco. Finalmente, verso le 22 qualcosa inizia, è il concerto della Georgian armed force military band!
 
A vederli siamo rimasti una ventina (compresi addetti ai lavori e giornalisti). Direi che il concerto era abbastanza trascurabile. Si trattava di una tipica fanfara di fiati che propone uno scontato repertorio bandistico moderno. Torneremo domani sperando che il tempo ci assista.

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Dopo l’ennesimo pranzo a base di khinkali, alle 18:30 siamo di nuovo all’ArtGene. La giornata è stavolta dedicata all’Abkhazia ed alla regione di Mtskheta-Mtianeti. All’apertura un anziano uomo cieco sale sul palco, accompagnato dall’acclamazione del numeroso pubblico, oltre che dalla tenerissima figlia di non più di quattro anni. L’uomo parla a lungo e con intensità, punteggiato dagli scroscianti applausi dell’auditorio; ovviamente non capiamo niente e non abbiamo idea di chi sia, molto probabilmente un georgiano dell’Abkhazia, forse uno scrittore o un poeta.
Finito il discorso si parte con la musica: anche stavolta tutte le età sono rappresentate, i gruppi di bambini sono moltissimi, decisamente bravi (alcuni sono davvero piccolissimi). E poi le numerose formazioni di danzatori, con uomini che si esibiscono in acrobatiche evoluzioni piene di energia e vigore e donne che presentano interessanti coreografie in splendidi costumi tradizionali.
 
I tipi di musica sono fondamentalmente tre: i cori polifonici, basati su sottili dissonanze tra le voci; La forma canzone, accompagnata da Panduri (piccolo liuto a tre corde), Chunguri (liuto più grande, quattro corde), Doli (tamburo bipelle cilindrico suonato con le dita) ed a volte flauto (Salamuri) e Changi (una sorta di arpa triangolare); La musica strumentale di accompagnamento alla danza (stessi strumenti ma ritmi differenti).
 
La cosa più strordinaria è la vitalità di questa tradizione, sentita come qualcosa di attuale e vissuta nella quotidianità, e non, come spesso accade altrove (in Italia ad esempio), con una sorta di “folklorismo” parodistico o pseudo-filologico, scollegato dal contesto reale di appartenenza. I georgiani cantano a tavola, o durante le bevute con gli amici, ascoltano e conoscono approfonditamente il repertorio della propria regione e spesso anche quello delle altre, sono numerose le radio dedicate esclusivamente alla musica tradizionale.
 
Grazie a questa attitudine, che alcuni tendono a collegare, forse non a torto, allo spiccato senso nazionalistico georgiano, il patrimonio musicale di questa nazione è vivo ed in continua evoluzione, in un tracciato culturale che da tempi ancestrali conduce fino ai giorni nostri.

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Le esibizioni sono decine e decine, alcune brevissime, in modo che tutti abbiano modo di presentare almeno un brano. Il fatto che il festival duri una settimana da l’idea di quante scuole e gruppi ci siano in un paese piccolo come la Georgia; inoltre il livello è mediamente alto.
Ci godiamo lo spettavolo in prima fila, armati di videocamera e registratore, fino allo spettacolo di un gruppo di “guerrieri”, armati di spade, scudi, mazze-frusta ed altre amenità medievali, che accompagnati dalla musica, si esibiscono in cambattimenti incazzatissimi con tanto di scintille che partono all’incrociarsi delle lame. Tra di loro c’è anche una ragazza, molto brava, ma l’attrazione principale è un tipo grosso e barbuto, palesemente sbronzo, che durante il suo turno rischia di cadere e rompe anche un faretto.
 
Dopo questa esaltante esibizione di marziale virulenza ci andiamo a prendere la solita bottiglia di vino, lo stesso Saperavi di ieri, è quello che costa meno. Dopo poco comincia il concerto del gruppo principale, anche questa volta la parte più deludente della serata. Un tentativo di mix tra musica tradizionale e generi “occidentali” (rock, reggae, funk) purtroppo decisamente poco riuscito. Al ritorno prendiamo un taxi ed il tassista ci spara una tariffa fuori di testa (15 lari, circa il triplo della tariffa normale) ci incazziamo non poco e gli diamo 6 lari, che è pure troppo.

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